Sentimento dello spazio

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Il senso del viaggiare 15 ottobre 2012

Filed under: abitare,antropologia,paesologia,viaggio — Sentimento dello Spazio @ 14:42

articolo di Eliana Petrizzi pubblicato sul blog della Paesologia

 

Si sfibra un luogo nella bocca di chi non ha mai viaggiato, in quella del turista che ne pronuncia il nome come fosse il marchio di una griffe di moda. Poi, di quel luogo, il turista non sa niente e niente imparerà neanche andandoci, perché altrove cercherà sempre e solo se stesso. Percorrere chilometri per non muoversi da casa è il segno di una povertà che toglie al viaggio il suo senso più profondo. Così, l’arrivo non si compie mai, si resta da dove si era partiti, solo in un altro posto. Si cercano gli stessi sapori e le stesse idee, ignari che il valore della diversità è nell’incontro con tutto ciò che non ci rassomiglia.
Sorvolando in aereo il Mondo, tutto quanto appartiene alla vita si annulla. Fiumi, nuvole e regioni scivolano come sotto un immenso oceano trasparente. Le città degli uomini diventano piccole macchie di malattia. Si dissipano fibre, racconti, memorie. Il viaggiatore si svuota di tutto ciò che è bordo e appartenenza, in uno smembramento in cui si compara ad ogni cosa.
Una volta arrivati, i passi del turista lasciano l’impronta di una suola che timbra chiara e tonda la marca sul bagnasciuga del litorale straniero, nel fango di una strada, nella sabbia di un deserto. Le scarpe del viaggiatore familiarizzano con i posti nuovi, vanno neutre, comode e senza rumore, in segno d’intimità e rispetto. Gli abiti stringono un patto coi colori del paesaggio, le braccia si fanno mansuete come gli arnesi usati dalla gente del villaggio, pazienti come le donne in riva ai fiumi.
Il turista vuole stare comodo, mangiare pulito. Ogni minimo imprevisto diventa l’occasione per chiedere rimborsi e risarcimenti. Il viaggiatore tante volte lascia correre e perdona. Anzi, gli stanno bene i ritardi, le ruote bucate, le aspettative deluse, le imperfezioni come parte del transito, perché ha imparato che il brutto, più che un’obiezione alla bellezza della vita, è spesso il palo a cui leghi l’aquilone.
Il turista guarda la gente di un Paese nuovo come da dietro una vetrina. La paura dell’incontro lo convince alla distanza da ciò che ignora. Sceglie cosa dare e cosa dire: farsa opportuna per ottenere quanto gli serve. Mentre lo straniero parla, il turista non ascolta: affila la sua risposta. Il viaggiatore, invece, discute con la gente, ci vive insieme. Se proviene da una civiltà troppo distante, resta in silenzio per capire con meraviglia, con una domanda, con un sorriso umile ed una doverosa revisione di se stesso.
Ci sono partenze, nella vita di ognuno, che procurano nel tempo una pericolosa forma di ignoranza. La solitudine non ci ha migliorati; ci ha chiusi, accorciati, separati. Tutti meno mondo e più paese. Sfiducia, presunzione, pregiudizio, indifferenza, garantiscono a ciascuno solo la mediocrità della sopravvivenza. E invece tante volte, uscendo dalle proprie case, affilando negli occhi un’attenzione diversa, il viaggio comincia anche senza partire. Il turista diventa viaggiatore nella tensione costante verso chi non è, verso chi non gli rassomiglia e che non vorrebbe mai essere.
E’ faticoso dare, non chiedere, sopportare. Cambiano volti, lingue, usi ed abusi. Eppure, ovunque nel tempo e nello spazio, ci ritroviamo simili. Muore ogni giorno chi è stato ignorato e rifiutato, chi non ce l’ha fatta, chi non ci arriva o che non è mai partito. Quando non comprendiamo la diversità o la pena di chi ci vive accanto, ecco la vigliacca piccolezza delle nostre vite, e il Mondo piegarsi all’indietro.
Come rimedio, andare, respirare, fare; sempre, ovunque. Operare la fede né come rinuncia né come preghiera, ma come lavoro gioioso, attento e disponibile: viaggio plurale, viaggio senza ritorno.