Sentimento dello spazio

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L’O di Roma 15 aprile 2012

Filed under: abitare,libri,mappe,psicogeografie,viaggio — Sentimento dello Spazio @ 18:01
Riporto il Preludio del libro l’O di Roma di Tommaso Giartosio, pubblicato per Laterza nella collana “Contromano”, tratto dal blog Le parole e le cose.


L’O DI ROMA. Il giro dell’Urbe senza fermarsi mai


…Tutto comincia con un sogno. Un bambino immagina di attraversare la sua città lungo una circonferenza disegnata col compasso sulla mappa.
Punta l’ago sulla piazza centrale. Punta la mina su casa sua. Disegna un cerchio.

Seguirà questo percorso dovunque vada.

Parte di mattina presto. Ha tutto: la mappa, una corda per le arrampicate, una torcia, panini, acqua.

L’impresa è ardua. Deve superare ostacoli di ogni tipo: scalare mura, intrufolarsi in appartamenti, uffici, musei. Incontrare sconosciuti, spiegare o non spiegare le sue intenzioni, vivere avventure e disavventure, e non staccarsi mai dalla sua curva.

Di sera è stanchissimo, ma continua a andare.

La mattina dopo è ancora sulla linea prescritta: lo ritrovano a cavallo di una statua equestre. Addormentato. Abbracciato all’eroe.

Questo è il mito di fondazione. È una storia che ho letto moltissimi anni fa, oppure l’ho inventata, sognata. Sta sul confine tra memoria e fantasia. E’ una visione. Non si lascia cacciare via.
…Finalmente ho deciso di metterla in atto.



PRELUDIO


Scegliere un luogo


Quale città?

Facile. Roma. È semplicemente la mia città, l’unica in cui posso immaginare una peripezia simile.

Poi è una città a anelli. Dall’interno all’esterno: le diverse cerchie di mura; la circolare, che è una staffetta di tram; la tangenziale, che non ha il coraggio di fare tutto il giro e dopo un semicerchio si sfibra in un’infilata di viali; l’anello ferroviario; la linea difensiva formata dai quindici forti ottocenteschi; il Grande raccordo.

Di Roma si è detto che fosse quadrata (nell’antichità) o a forma di leone (nel medioevo). Sisto V la pensava a stella, e Corrado Alvaro si era messo in testa che fosse fatta come una nave. Ma ovviamente è una città rotonda. Non perfettamente circolare come la Città del Sole e altre utopie, o come la Città di Dite e altre distopie. Tondeggiante, espansa a macchia d’olio attorno al Campidoglio. Globulare come la parola OliO.

Come un’O, Roma ha un centro vuoto. Credo che lo sapessero i poeti, come Pasolini o Belli, e anche gli architetti. Lo sa chi entra al Pantheon o a Sant’Ignazio e guarda in alto. Io me sono accorto perdendomi per Roma da ragazzo, nei bruni anni Settanta, quando la città era più buia, trasandata, e sempre incolmabile.

Si calava verso il centro a cavalcioni dei motorini come per le pendici di un gorgo. Si costeggiava l’ombra dell’antico cuore della città. Il “Foro” in origine designava un “recinto”, un cerchio. Ora non si poteva non pensarlo come un vero foro, una profonda gola, un lago di pietre e pini fruscianti tra i palazzi del potere.

Roma fa perno sul potere, si dice spesso, ed è vero: ma il potere qui è il Palazzo, non chi lo abita. E’ il vuoto del foro, è il vuoto di quei saloni da cui si affaccia al massimo la figuretta di un papa-larva o la testa a biglia di un dittatore. Oppure, più spesso, nessuno. Le piazze invece sono sempre più piene, tra notti bianche, parate, maratone, processioni, manifestazioni. Abissi barocchi da ingorgare di folla, un occhio da stipare di sguardi, una bocca da ingozzare di voci.

Io non so perché intraprendo questo viaggio. Seguo una calcolata ossessione, cioè vado alla cieca. Ma mi sembra che lungo l’O potrei comprendere questo gorgo, vuoto, foro, occhio, sogno. O almeno farne prova. (Lettore, lettrice: seguimi.)


Fissare centro e raggio

Ci sono parecchi dettagli da decidere. Mi serve un’idea chiara dell’itinerario. Quanto sarà grande il cerchio, dove passerà? E prima di tutto: dove pianterò l’ago del compasso?

Apro la carta di Roma.

Quale sarà il centro? Il Campidoglio? Piazza della Repubblica? Addirittura il Vaticano? No, vorrei una determinazione di carattere puramente geometrico. Di storia, politica e ideologia ne incontrerò comunque in abbondanza.

Roma antica un centro ufficiale ce l’aveva. Era nel Foro, ovviamente: un piccolo monumento detto Ombelico dell’Urbe. A pochi passi c’era il Miliario Aureo, da cui venivano calcolate le distanze stradali dalle altre città. Sono entrambi ancora parzialmente visibili.

Si dice che oggi invece le distanze da Roma vengano misurate a partire da Piazza Venezia.

Ecco il centro, allora. Ma la piazza è lunga 150 metri, più altrettanti di Vittoriano. Che punto scegliere, esattamente? Quale toppa di asfalto, quale gobba? Dopo più di trent’anni di motorino le ho tutte nei dischi della spina dorsale, le settemila collinette di Roma, una a una. La mappa è il mio corpo.

Quando ero ragazzo Piazza Venezia sembrava più vuota. Forse vibrava ancora dei fantasmi delle adunate. Era disarticolata, un lago di asfalto, qua e là dei parcheggi. I turisti lo attraversavano come formiche impazzite. Una battuta rivelatrice voleva che il vero eroe della piazza, e quindi della città, fosse il vigile sulla sua pedana con i suoi gesti da burattino. Stava lì al centro, in fondo al gorgo.

Ho capito: il cuore di Roma è la pedana circolare di Piazza Venezia. Quella che qualche anno fa, falciata da una macchina, è stata sostituita con una nuova pedana elettronica retrattile. Si chiama: pedana a scomparsa. Quando vuoi, svanisce.

Il vuoto, sempre il vuoto. Oggi cercano di domarla, piazza Venezia. Ci sono semafori e pedoni che li rispettano, ci sono strisce zebrate come i percorsi d’avvicinamento agli animali nei nuovi bioparchi. I turisti sono meno spauriti e diventa meno facile distinguerli dai romani, che forse sono meno romani. Al centro sono state piantate grandi aiuole. Ma, proprio al centro, si è ricominciato a scavare. Con la scusa della metropolitana. Alla fame di nulla non si resiste.

L’ago del compasso devo puntarlo lì. Sulla pedana, o sul suo buco: 41°53’47.93” di latitudine Nord, 12°28’55.93” di longitudine Est, 18 metri sul livello del mare.

La punta della mina, invece, va su casa mia, nel quartiere Ostiense: 41°52’30.31”N, 12°28’45.63”E, 13m slm, più i 17 metri del palazzo. La punterò sul mio letto, dove ho letto o sognato la storia di un bambino che decide di attraversare la sua città lungo una circonferenza disegnata col compasso sulla mappa e tornare al punto di partenza.

Chissà se ce la farò io, a chiudere il cerchio. Non è detto. C’è un attrezzo sempre più diffuso nei nostri giardini pubblici, il saddle spinner: un sedile che fa perno su un unico fusto inclinato di pochi gradi. Basta sedersi e spostare un poco il peso perché il sedile cominci a ruotare: il bambino gira, rallenta, ride. Un adulto invece quasi sempre perde il controllo e accelera fino a schizzare per terra. I grandi perdono, ai giochi troppo elementari.


Tracciare l’O

 Ho provato a disegnare l’O. Una prima bozza, diciamo, su una vecchia carta dei mezzi pubblici con i percorsi in blu e in rosso che ricordano irresistibilmente la circolazione del sangue. La scala è appena 1:20 000. Mi accorgo che molte vie mancano, molti isolati sono accorpati in cilindri smussati e peduncoli rosa: la città sembra una colonia corallina vista attraverso la lente dell’acqua.

Su questo diorama il compasso artritico che usavo al liceo zoppica, s’impunta, la mina saltella e slitta. Arretro, riparto… Alla fine il risultato è disastroso. Non una rotta ben determinata ma un fascio di linee che si accavallano e attorcigliano. Striature di carbonio su un panorama ricostruttivo.

Ne traggo solo un’idea di massima dei territori da attraversare. In senso orario, perché nelle imprese puerili il moto antiorario è rigorosamente da evitare, pena il venir trascinati via dalle fate, o accecati, o peggio: c’è tutta una letteratura al riguardo.

– Grosso modo: Testaccio, il Tevere, Monteverde, Villa Doria Pamphilj, il Vaticano, Prati, ancora il Tevere, Villa Borghese, Castro Pretorio, Porta San Giovanni, le Terme di Caracalla, e di nuovo qui, – dico a Piccio, che ho incontrato davanti alla Conad.

– Hmm – fa lui.

Piccio è un architetto, anche. Forse un urbanista e a suo modo un attivista politico; di certo un artista e un performer. Con un po’ di amici ha fondato il gruppo “Stalker”. Nel 1995 hanno compiuto il Giro di Roma, un periplo di quattro giorni (incluse le notti in tenda) a piedi lungo i confini slabbrati della città, tra aree dismesse e orticelli abusivi e rampe d’accesso alle autostrade e ruderi di torrioni, sul ciglio dei binari, lungo le marane, sotto il fischio degli elettrodotti. Io li ho conosciuti poco dopo.

Per qualche anno abbiamo fatto cose insieme, come si dice, e poi ci siamo persi di vista. Peccato. Ancora oggi, nel 2009, sento che gli Stalker mi riguardano. Le loro iniziative sono sempre anche politiche – scoprire il territorio diventa subito ripensarlo, riprogettarlo in dialogo con le comunità e le autorità – eppure fondano l’impegno su radici estetiche, quasi liriche. Per loro camminare è un’arte: un’arte che mette in gioco i sentimenti primari dell’intimità, dell’infanzia, della vita inconscia. Al Giro di Roma partecipavano, come spiega uno dei fondatori, “i più sbalestrati e gli amici più intimi, direi per affetto”. E proprio Piccio lo ha paragonato a “quando da bambini, per recuperare il pallone, ci si trovava in un parco dove non si doveva essere: meraviglia, curiosità, senso del pericolo”. Riappropriarsi dello spazio urbano, liberarlo, liberarsi, vivereapprensioni urbane. L’apprensione come apprendimento. La paura come conoscenza. Tutta una teoria e pratica delle emozioni da cui mi sento coinvolto, se non travolto.

Apprensioni urbane. Anche questo mi colpisce – gli Stalker inventano un linguaggio del viaggiare. Lo dicono una transurbanza lungo i tratturi urbani che passano attraverso i Territori Attuali, una navigazione per mari estretti che si insinuano e espandono entro l’arcipelago frattale della città. Allestiscono una grande ricreazione di parole, in cui alla fine non sai più se vengano prima i luoghi nuovi o i neologismi. E anch’io, in fondo, il mio viaggio voglio scriverlo (o la mia scrittura viaggiarla?).

Poi certo, la mia O è qualcosa di molto diverso dal Giro di Roma: quando ho fermato Piccio davanti alla Conad me ne sono accorto subito.

– Troppo centrale, – dice.

– Il mio percorso? –

– Certo. Le cose più interessanti le trovi più fuori, in periferia. Le cose, e anche le persone. –

La borsa della spesa comincia a pesarmi. – Ma io non devo fare un reportage. –

– Ecco, forse non ho capito cosa devi fare. –

– Un’O. Che passa per la mia camera da letto. –

– Perchè? –

Sposto la borsa da una mano all’altra. – Senti, puoi darmi qualche consiglio? Per esempio: dove trovare una buona mappa. –

Piccio sfodera subito una sua aria che conosco bene: il pascià che s’affaccia alla tenda felice di prestare aiuto. Sorride come il ricciolo di una babbuccia.

– Ovviamente, devi andare da Sara Nistri. –


Ottenere un lasciapassare

Su questa Sara Nistri per qualche giorno mi faccio un film dettagliatissimo. Lunghi capelli dai riflessi blu notte, e soprattutto occhi truccati con il kajal. Sefarditi, bistrati, nistagmici.

Intanto mi interrogo sulle parole di Piccio. Forse ha ragione. L’O attraversa una Roma né centrale né periferica, né potente né povera, né antica né contemporanea, né carne né pesce. Non è posto da grandi scoperte.

Pazienza. Tanto la realtà è che è inutile anche solo progettare il viaggio. Non ce la farò mai.Dovrei seguire rigorosamente la circonferenza tracciata sulla carta di Roma: impossibile.

Incontrerò mille ostacoli grossi come macigni. Cosa faccio se mi trovo davanti una casa privata? O le mura romane, che passano proprio accanto al mio punto di partenza? O il fiume? O la gabbia degli orsi polari, allo zoo? Oppure un’altra barriera, che ho in mente fin dal primo momento in cui ho scelto questa strana passeggiata? Una barriera a cui per ora preferisco non pensare.[1]

Nelle fiabe tutto è possibile, ma prima di tutto l’impossibile. Il bambino da cui sono partito compiva un viaggio notturno, segreto, sognato, come la fuga degli atomi scorciati nell’anello del LEP (Large Electron-Positron Collider) che corre per chilometri sotto alberi case colli al confine tra Francia e Svizzera. Roma non ha sottotesti così facili. Gallerie e catacombe non mancano, ma sono un labirinto sotto lo zigzag delle vie, come un enigma che ha per soluzione un altro enigma.

Se Roma fosse Atlantide o una delle città ideali del Rinascimento ci sarebbe certamente un bel viale circolare all’interno dei bastioni, e me lo
potrei percorrere bendato. Ma non è una città ideale, in nessun senso. E’ anche per questo che l’ho scelta.

Insomma: che faccio? Non posso scalare pareti verticali e non posso attraversare il Tevere a nuoto. Non è una questione di coraggio, forse nemmeno di capacità fisica, ma semplicemente di mezzi. Per passare il fiume lungo la mia rotta, per esempio, mi servirebbe un cavo d’acciaio in tensione su cui far scorrere un manicotto collegato a un’imbracatura da indossare sopra la muta termica. E probabilmente mi imporrebbero un natante in vetroresina della polizia fluviale, a fare da scorta.

Siamo realistici: non posso permettermi di allestire tutto questo.

Non credo nemmeno di poterlo chiedere all’editore.

Ma c’è un’altra cosa che posso chiedere all’editore. Preparo subito una lettera da fargli firmare, cercando di soppesare ogni parola.

Gentile signore,

il signor Tommaso Giartosio, qui presente, è un Autore letterario a contratto presso la nostra Casa editrice, per un libro sulla città di Roma.

Vorremmo chiederle una cortesia: di permettergli di attraversare a piedi, molto rapidamente (pochi minuti), gli spazi pubblici o privati che egli vi indicherà. Si tratta di un passaggio che gli è necessario per la realizzazione della sua Opera.

Il signor Giartosio ha con sé un documento d’identità.

La ringraziamo molto, fin d’ora, per la sua attenzione e disponibilità.

Distinti saluti,

Giuseppe Laterza Editore

Spero di aver centrato il giusto equilibrio di semplicità e formalismo. Forse ho esagerato con le maiuscole, copiate dal linguaggio dei contratti: qualcuno potrebbe cogliere l’ironia e pensarla rivolta contro di lui. Le tolgo. Perfetto. Copio il testo in una e-mail e la spedisco a Anna, il mio contatto in casa editrice, per la firma.

Il resto starà a me: convincere chi di dovere a farmi passare, e soprattutto spiegare perché devo farlo…

Questa sarà la cosa più difficile. In un certo senso starà qui la vera impresa. Il fatto è che chi riesce a spiegare compiutamente la necessità di un libro da scrivere, poi scopre che non ha più bisogno di scriverlo: basta la spiegazione. Ma spiegare il libro spetta ai lettori. Gli scrittori invece devono trovare il modo di eludere le richieste di chiarimenti. La letteratura è l’arte della perifrasi, della circonlocuzione, del girare attorno. Al tempo stesso, ogni scantonamento ci dice qualcosa di essenziale su ciò che viene passato sotto silenzio – ed è il solo modo di dirlo.

Ma mi accorgo che sto rimandando la partenza. Che io abbia paura?

Basta: vado a cercare Sara all’indirizzo che mi ha dato Piccio, dalle parti di viale Marconi.

C’è una rampa che scende, poi una porticina a sinistra. Ahi dura terra, quaggiù niente ragazze belle e indecifrabili: per procacciarmi mappe, Piccio mi ha indirizzato alla S.A.R.A. Nistri, la Società per Azioni Rilevamenti Aerofotogrammetrici fondata nel 1921 dai fratelli Nistri, figure chiave nella storia della fotografia aerea. Subito la mia fantasia riconfigura S.A.R.A. come l’automa Maria di Metropolis.

In effetti nel piccolo atrio mi aspetta un gigante di metallo. È l’enorme busto in bronzo di Amedeo Nistri (1898-1936), “maestro e fondatore della tecnica fotogrammetrica”. Se ne sta sul suo basamento di porfido, piazzato proprio davanti alla vasta meravigliosa pianta prospettica di Roma barocca realizzata da Giovanni Battista Fadda nel 1676. La si vede spesso nelle anticamere dei professionisti romani. Nistri ha l’aria di dirle: – Ho preso il tuo posto: non servi più -.

Certo qui di carte ne troverò a bizzeffe. Salgo fino a un pianerottolo tappezzato di immagini e documenti. Formano una doppia sequenza. Da una parte, una visione a volo d’uccello della storia d’Italia – generali, monarchi, autocrati, alle cui spalle spunta sempre uno dei fratelli Nistri: somiglia a Buñuel. Dall’altra, la processione delle macchine. Fotocartografifotostereografistereoproiettografi, e le bellissime camere aerofotogrammetriche, che dovevano essere stanze fatte d’aria e di luce leggera. Esiste davvero una parentela stretta – anche inquietante, per eccesso di levità – tra il disegnare mappe e il creare parole.

Ma i Nistri (ora c’è una nuova coppia di fratelli al timone) non possono aiutarmi. Un impiegato fa scivolare sul bancone alcuni acetati, lamine fredde da cui viene riprodotta lì per lì la pianta necessaria. Si tratta di un prodotto costoso, alla portata di studi di architettura o pubbliche amministrazioni (o generali, monarchi, autocrati). Dovrei comprarne molti fogli, perchè la scala è ridotta; d’altra parte non è abbastanza grande da mostrami la planimetria interna degli immobili.

Già: sto ancora eludendo la questione centrale. Le case. I muri. Come faccio?


 Procurarsi un talismano

 Per esempio: mi trovo davanti un portone, suono, poniamo che mi aprano. Sarà solo l’inizio. Nella più semplice palazzina la mia O passerà per almeno tre o quattro appartamenti, frammentati, incastrati, mille volte rifatti; senza una piantina catastale di ogni immobile sarà impossibile seguirla da una stanza all’altra. Ogni volta che fallisco al piano terra dovrò riprovare con l’omologo del primo piano, e se necessario anche con quello del secondo, e così via. Per superare un grande condominio ci metterò mezza giornata. Per l’intero viaggio, mesi o anni.

Il Vasco da Gama della mia città. Vasco de Roma.

L’alternativa è chiara: o rinunciare, oppure darsi delle regole.

Decido che la prima regola sarà: devi almeno provarci. Suonare a quei campanelli, bussare a quelle porte, tentare di ricostruire il tracciato. Un onesto tentativo di bucare i muri. Una dignitosa scommessa sulla penetrabilità del mondo.

Stabilirò di volta in volta dopo quanti sforzi mi è lecito rassegnarmi, tornare sul portone, seguire il marciapiede torno torno fino a riprendere il filo del mio viaggio sul lato opposto dell’edificio. In fondo non mi dispiace l’idea che a questa O di Giotto si sovrapponga una rotta reale, una circonferenza piena di strappi, fiocchi, scoppiettii, sbavature – un frattale, direi, se i frattali non fossero così mortalmente assettati. Però certo che…

Ed ecco che di botto ho la mia prima reazione puramente fisica a questo viaggio: un senso di disagio acutissimo al solo pensiero di allontanarmi dall’O, una scomodità pungente, e la cosa a cui somiglia di più è il disturbo di sentire che il pacco ti è scivolato fuori dalle mutande, quando non puoi proprio rimetterlo a posto.

Mi agito sulla sedia, mi alzo di scatto. Non ho alcun dubbio che la soluzione ottimale, la più pratica e la più gradevole, sarebbe una sorta di carotaggio della città. Montare su una “talpa” di quelle usate per scavare tunnel, trafori, gallerie della metropolitana, spingere il motore al massimo dei giri (si dirà così, si farà così? naturalmente ho un’immagine molto fumettistica di un marchingegno simile) – e compiere il mio viaggio in quattro e quattr’otto in una frastornante tempesta di polvere calcinosa, spianandomi la strada attraverso palazzi e chiese, con la violenza di ogni utopia (violenza utopica però).

Ecco, devo trovare soluzioni meno distruttive ma altrettanto tangibili. Intanto una seconda regola: dove non passo io, devo cercare di far passare qualcos’altro. Qualcosa che porterò con me. Un talismano. Un amuleto. Un oggetto transizionale. Una pedina… Insomma, un “coso”.

Comincio a gironzolare per casa. Dev’essere qualcosa di piccolo, compatto, non troppo pesante, visto che dovrò lanciarlo oltre le mura aureliane e i binari della metro legato a una cordicella, e poi recuperarlo dall’altra parte. Oppure lo farò scorrere su un filo (potrebbe essere un espediente per il passaggio del Tevere?). Lo darò a chi non mi fa entrare, chiedendogli di portarlo lungo il tracciato che dovrei percorrere io e poi restituirmelo. Se per esempio non volessero farmi passare per una zona militare potrei chiedere al comandante di dare l’aggeggio a un appuntato, che se lo metta in tasca e attraversi la caserma al posto mio. (Qui la mia riluttanza a passare per matto, che avevo messo a tacere nell’intraprendere il progetto, cerca di richiamare la mia attenzione con cenni e colpi di tosse.)

A dir la verità, questo escamotage mi lascia perplesso. Se alla fine l’impresa giungerà a compimento non l’avrò compiuta io, ma il talismano. Quanto a me, sarò solo il suo supporto, il suo assistente. Il suo Sancho Panza. Solo che, avendo ideato tutta questa follia, in realtà dovrei essere Don Chisciotte! Si vede che io sono tutti e due – mentre il talismano, probabilmente, è il mulino a vento. E va bene così.

Quanto alla scelta dell’oggetto, non ho il minimo dubbio. Vado subito a prenderlo in fondo a un vecchio cassetto. È una palla. Una palletta. L’ho comprata molti anni fa nel gift shop del museo di La Brea: un luogo speciale in cui il gigantesco e il minuscolo, il passato remoto e il presente e il futuro anteriore, sembrano incontrarsi.

Nei bacini bituminosi di La Brea, in California, per trentottomila anni rimasero catturate centinaia di specie animali e vegetali. Finora sono stati ritrovati resti di mammut, tigri dai denti a sciabola, leoni, avvoltoi, tartarughe, salamandre, pulci, e una donna. Sequoie, sicomori, rovi, e noci.

Intanto i pozzi sono stati a loro volta inghiottiti – da una metropoli: Los Angeles. Lungo Wilshire Boulevard, un viale di grattacieli, tra le fasce d’ombra si apre all’improvviso questo piccolo parco luminoso e ventoso. Ogni filo d’erba è una fiammella verde lungo le vaste fosse di bitume gorgoglianti. Qualche moscerino ci rimane ancora prigioniero.

Sulle rive, tra le canne, pascolano tre mammut in resina a grandezza naturale. C’è un piccolo museo dei reperti che sembra un’astronave. E un gift shop dove ho trovato questa palla-mappamondo.

I mari sono azzurri, le terre verdi.

Dimensioni tennis, ma di gommapiuma morbida. Dovrebbe essere facile stringere un cordino attorno all’equatore, e mi isolerà dalla corrente della terza rotaia.

Contare su un amico

 Dio, sarebbe bello compiere l’intero viaggio proprio come il bambino della mia favola – in una sola tappa, senza pause! Se necessario dormendo fuori casa, in sacco a pelo per terra proprio sul filo della mia O, una gamba da una parte, una dall’altra!

– Così avresti davvero il senso della continuità del viaggio, l’abbandonarti alla corrente, – dice Piccio.

E’ venuto a trovarmi. Mangiamo pane e formaggio e olive nere e un prosciutto che si sfalda tra le dita, beviamo succo d’arance rosse. Tra di noi c’è la carta di Roma. Sulla carta, l’O.

– Piccio, sai quanto è lunga l’O? Più o meno un metro per ogni giorno della mia vita finora. Un chilometro per ogni lettera dell’alfabeto, dalla A all’O. Più di quindici chilometri in linea d’aria. E incontrerò ben altro che l’aria. –

– Appunto. Per tutto il tempo che vai, camminare ti prenderà completamente. E’ qualcosa che cambia la tua percezione del corpo, del tempo, delle persone. Richard Long dice che… –

– Chi è Richard Long? –

– Un artista. Non lo conosci? –

– Senti, ho bisogno di spezzare ogni tanto. Per prendere qualche nota. – E per altri motivi, penso. Uno di questi motivi ha sei mesi, e va allattato; l’altro sta per compiere tre anni, e va portato ai giardinetti.

– Questo è vero – ammette Piccio. – Devi scrivere a mente fresca. –

Decidiamo che posso farcela in poche giornate di cammino, se parto subito sperando nella clemenza della primavera. Prima di ogni giornata dovrò documentarmi sugli spazi da attraversare. Magari cercherò autorizzazioni e appoggi per non restare bloccato. Ma eviterò di fare sopralluoghi: non devo bruciarmi la sorpresa.

Quando cominciamo a studiare il percorso, Piccio si anima ancora di più. – Qui c’è un seminario, conosco un prete che può farti passare… All’università invece ti faccio scavalcare io… Qui passi per il liceo Mamiani… Questa è la residenza dell’ambasciatore russo, lo sai, no? Sarà un problema… – Cazzo, sì, sarà un problema! Già mi vedo inseguito da quattro Daniel Craig in giubbotto di pelle nera.

Per il passaggio del Tevere, gli spiego che potrei far viaggiare al mio posto la palla. – Allora devi trovare un arciere. O almeno un canottiere. Aspetta, forse ne conosco uno… –

Abbiamo continuato così per un po’. Non c’è niente di più dilettevole che immaginare queste situazioni senza ancora muovere un dito per affrontarle concretamente. Il giro del mondo in ottanta giorni è molto più divertente del giro del mondo in ottanta giorni. Ma è solo divertente, e ti lascia dove l’hai iniziato. L’immaginazione pura non avrebbe ragion d’essere senza l’immaginazione pratica, il viaggio.

– Pensiamo alle mappe, – prosegue Piccio. Gli dico della S.A.R.A. Nistri. – Hai fatto bene, inutile buttare soldi. Puoi usare Google Earth. –

– Sì. Buona idea. –

– Le foto aeree hanno un buon dettaglio, le ingrandisci come ti pare. Quando invece ti occorre una topografica usi le mappe di Tuttocittà. Le trovi in rete. –

– Ne ho già stampate un po’. –

– Bene…

Mi guarda.

– …allora io sono con te. –

Forse si rende conto anche lui che questa investitura è un po’ troppo solenne, perché continua: – Cioè, il viaggio te lo fai tu con le tue scarpe. Io ti aiuto, per quello che posso. –

E’ comunque un bel sollievo. Deve aver capito perché faccio tutto questo.La cosa mi rassicura, visto che io ci capisco sempre meno.

Non so, per esempio, che logica abbia la regola numero tre (assurda e puerile come le altre due), che ora gli illustro con fermezza: ogni volta che mi allontano dalla mia linea, devo lasciare traccia della posizione raggiunta. Esempio: arrivo al muro di un palazzo, traccio per terra con il gesso un segno – una sorta di segnaposto o segnalibro – nel punto oltre cui non posso procedere, poi vado a cercare di riprendere il filo del mio viaggio oltre il muro, affacciandomi alle finestre per ritrovare il segno e proseguire senza errori. Farò altrettanto quando dovrò fermarmi per qualsiasi altro motivo. Così saprò sempre da dove ripartire, gli spiego.

– E poi è bello scrivere per terra con i gessetti, – fa lui, smascherandomi. – Comunque, non stare troppo attaccato alla mappa. –

– Ma non eri tu che durante il Giro di Roma ti lasciavi dietro una traccia di farina? –

Sorride. – Appunto. Era un modo per segnarmi la strada. La mappa la facevo io. –

– Anch’io me la sono fatta da solo, la mia O. –

E’ bella questa condivisione di sensatissima follia, come due poeti surrealisti che discutono se sui binari del tram sia meglio far scorrere ermellini o anaconda.

– Anzi, ho bisogno di trovare un modo per tracciarla con la massima precisione possibile.-

Piccio, che è davvero entrato nello spirito, mi esorta a incollare l’uno all’altro tutti e ottantatré i fogli del Tuttocittà (“oppure solo quelli che ti servono, saranno una quarantina”), stendere questo vestito da arlecchino per terra, poi piantare una puntina al centro (“lì, nel parquet”) e tracciare il cerchio con una matita legata a uno spago. E’ uno scherzo generazionale, da architetto cresciuto prima del plotter e del computer.

– Dai, sul serio. –

– Allora conosco una persona che forse può aiutarti. Si chiama Azzurra. Per ora è occupata, ma tra una decina di giorni…

E così mi lascia di nuovo appeso a una donna del mistero.

– Tu però intanto vai. Non caricare troppo la partenza. Esci di casa, metti un piede davanti all’altro. –

– Hmm. Non sono ancora pronto. Sai dove posso comprare un odometro? –

– Vuoi dire un contapassi? –


Visitare la Libreria del viaggiatore

 Un ultimo indugio prima di partire. Vado alla “Libreria del viaggiatore”, in via del Pellegrino, ci sono libri che raccontano tutti i paesi del mondo. (Solo del mondo? Chissà se hanno la Commedia?) Il libraio lo conosco da sempre, ma non so come si chiama. Gentilissimo, occhi grigi da viaggiatore.

Ha qualcosa sul viaggiare a caso, seguendo un cerchio disegnato sulla carta?

Non pensa neanche per un attimo che io lo stia prendendo in giro. Mi parla di una pratica chiamataexperimental travel. Ma al momento non ha libri sul tema. Tranne uno, che lo tocca solo di sfuggita. Me lo dà, lo intasco senza guardarlo.

A casa cerco con Google experimental travel. Be’, c’è da spaventarsi. A quanto pare esiste un laboratoire de tourisme expérimental. Esiste una guida dedicata, nella celebre collana Lonely Planet. Esistono decine di variazioni bizzarre, dal “filo di Arianna” (trovare sull’elenco telefonico una donna di nome Arianna, e visitare in sequenza tutti i luoghi che lei suggerisce) alla “spedizione sul K2” (esplorare il quadrante K2 della mappa cittadina). Al confronto, il mio arrampicarmi lungo una semplice circonferenza sembra di una banalità sconcertante.

In realtà ho l’impressione che il mio progetto non abbia nulla a che fare con il turismo sperimentale – che non abbia nulla di sperimentale. Passo a vedere il libro.

Sorpresa.

L’ha scritto Piccio.

Si chiama: Walkscapes, che posso tradurre: i paesaggi del camminare. Sottotitolo: Camminare come pratica estetica.

Ci sarà qualcosa su Richard Long?

 ”In Long…il camminare è un’azione che si incide sul luogo. È un atto che disegna una figura sul terreno e che quindi può essere riportato sulla rappresentazione cartografica. Ma il procedimento può essere utilizzato all’inverso, la carta può funzionare da supporto su cui disegnare figure da percorrere successivamente: una volta disegnato sulla mappa un cerchio lo si può percorrere al suo interno, lungo i bordi, all’esterno… Long utilizza la cartografia come base su cui progettare i propri itinerari, e la scelta del territorio su cui camminare è in relazione con la figura prescelta. Il camminare, oltre ad essere un’azione è anche un segno, una forma che si può sovrapporre a quelle preesistenti contemporaneamente sulla realtà e sulla carta. Il mondo diventa allora un immenso territorio estetico, un’enorme tela su cui disegnare camminando. Un supporto che non è un foglio bianco, ma un intricato disegno di sedimenti storici e geologici su cui aggiungerne semplicemente un altro. Percorrendo le figure sovrapposte alla carta-territorio, il corpo del viandante annota gli eventi del viaggio, le sensazioni, gli ostacoli, i pericoli, il variare del terreno. Sul corpo in movimento si riflette la struttura fisica del territorio.”

 Ho cercato in rete le opere di Long. Sono sentieri, linee, rettangoli, e soprattutto cerchi, cerchi, cerchi.

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