Sentimento dello spazio

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Il cinema sentimentale di Aki Kaurismäki 18 dicembre 2011

Filed under: antropologia,cinema — Sentimento dello Spazio @ 10:34

Chi va a vedere un film di Kaurismäki sa cosa si aspetta e cosa vuole, ha in mente come sarà il film eppure sa che anche stavolta resterà sorpreso. Il film sarà una storia di gente umile, sarà un po’ triste perché il mondo è triste, ma sarà anche molto saporito e umoristico perché i personaggi di Kaurismäki non vogliono lasciarsi inghiottire dalla tristezza del mondo. Lo stile sarà surreale e al tempo stesso realistico, il racconto può avere un tono fiabesco, gli interni delle case saranno spogli e lindi, i colori dei muri ci stupiranno, le inquadrature saranno spesso frontali e il montaggio sarà di sicuro limpidissimo. Ogni spettatore che conosce Kaurismäki sa insomma che il suo nuovo film non può che essere un altro sorprendente film di Kaurismäki.


In Miracolo a Le Havre ecco il Kaurismaki di sempre, quello che getta sulla storia scelta uno sguardo malinconico e risentito, disperato ma non drammatico, anzi addirittura rivolto ad un lieto fine, che non è banale condiscendenza ma soluzione stilistica inquieta, spiazzante, quasi disturbante.

L’ambiente è piccolo, un porto della Normandia, i personaggi sono pochi e sono tutti persone semplici che vivono alla giornata. Attaccato alla cultura del profondo Nord Europa, il finlandese fa vivere le vicende in ambienti ristretti, chiusi, quasi isolati e invece pronti ad aprirsi al mondo. Non ama la modernità il regista, fa muovere i personaggi in luoghi dove vivono oggetti di altre epoche, li illumina con colori netti e con un cromatismo povero. L’azzurro è  il colore dominante di questo film di bressoniana compostezza. Distribuisce ambiguità sulla superficie dell’immagine: è una tinta forte, per certi aspetti accogliente, ma trasmette anche una sensazione di gelo e di angoscia. È un filtro che esalta le linee delle zone chiare e luminose e fa scivolare nel buio quelle in ombra, giocando sui contrasti in una stesura apparentemente uniforme. Dà una sua compostezza agli ambienti, ma ne fa respirare l’atmosfera soffocante e claustrofobica. Impastato alla luce artificiale, traduce il disagio del personaggi, come una sorta di campitura per uno stato d’animo diffuso, coinvolgente li esseri e le cose. Un colore che vive delle ampiezze del cielo viene steso sulle pareti ridotte delle stanze, non per creare una facile corrispondenza ed additare così una ancor più facile fuoruscita dell’illusione, ma piuttosto per solidificare una separazione con l’esterno. I luoghi chiusi, in tal modo, sono dei rifugi, pastellati e protettivi, al di fuori dei quali si rischia di precipitare nel randagismo. Ma sono anche i luoghi dove si fa forte la pressione mentale che esaspera il senso di fallimento, dove una luce artificiale irradia freddezza, vuoto, disorientamento. Colori intensi, pieni, che contrastano con le lunghe notti del nord: colori protettivi, che compattano la scena, completano lo spazio all’interno del quadro, costruiscono mondi chiusi attorno al personaggio, concentrano la storia in situazioni “essenziali”. Lo spazio prende rilievo, interagisce con il tempo in maniera determinante, incidendo, con la sua densità, sulla durata. I luoghi della quotidianeità, le architetture della consuetudine, diventano percepibili in maniera significativa, perché appartengono ai personaggi, sono l’ambiente delle loro vicende; si corrispondono, come elementi fondamentali della costruzione linguistica. Kaurismäki opera una rivalutazione della dimensione spaziale, utilizzando proprio i posti meno spettacolari, più semplici, più trascurati, più poveri di geometrie sfruttabili ad intenti compostivi.

Indimenticabile è la scena non sense dell’ananas, che fa il verso a Bunuel (uno dei registi preferiti da Kaurismaki), il quale così aggiunge al neorealismo anche una piccola dose di surrealismo).


Miracolo a Le Havre (che in originale si chiama semplicemente Le Havre: la semplicità è una delle qualità più amate da Aki) è, se possibile, ancora più kaurismäkiano dei film precedenti. E non ci sono solo i tanghi ma anche dei blues, canzonette e il rock di Little Bob, detto l’Elvis di Le Havre. E formaggio, uova a colazione, vino bianco, calvados, anisette. Cinema sentimentale. Semplice e saporito. Come una baguette con il camembert. Semplice e fiorito: come un ciliegio in fiore.


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One Response to “Il cinema sentimentale di Aki Kaurismäki”

  1. newwhitebear Says:

    Bella recensione di un bel film.
    Un saluto


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