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Il caos# 24 luglio 2011

Filed under: antropologia,arte,mostre — Sentimento dello Spazio @ 13:11

IL CAOS è un progetto espositivo curato da Raffaele Gavarro promosso dalla Società San Servolo Servizi in collaborazione con la Provincia di Venezia che si è svolto nell’arco di tre anni, con tre esposizioni che hanno di volta in volta affrontato tematiche essenziali della vita della nostra società: quella del lavoro nel 2009, la questione della migrazione nel 2010 e i  conflitti, appunto quest’anno.

La trilogia è dedicata a Pier Paolo Pasolini e prende il titolo dalla rubrica che il poeta tenne dal 6 agosto del 1968 al 24 gennaio del 1970 sul settimanale “Tempo” e che proseguiva il suo impegno rappresentato dalla precedente rubrica “Dialoghi con Pasolini”, che lo scrittore e regista aveva tenuto su “Vie Nuove”. Fu un momento complesso e fondamentale della vita di Pasolini e della società italiana. Si era infatti aperta una crisi profonda con il nuovo sviluppo del capitalismo e con il trauma del sessantotto e Pasolini intraprese una riflessione profonda e illuminante su quanto avveniva.

Il carattere del nostro tempo è naturalmente molto diverso, così come gli eventi che lo stanno segnando, ciononostante molte similitudini e tensioni in qualche modo analoghe ci fanno tornare a riflettere su quelle pagine e sui ragionamenti che Pasolini con lucidità e coraggio andava facendo.

È ormai circa un ventennio che l’arte ha modificato il proprio approccio al mondo, scegliendo di impegnarsi nella comprensione della realtà e nella denuncia di quegli aspetti della nostra società più complessi e contraddittori. In particolare nell’ultima decade ha spostato il proprio campo di azione dalla dimensione estetica a quella più propriamente etica, trovando un nuovo ruolo e una nuova funzione nel nostro complesso ambiente attuale.

La trilogia IL CAOS vuole rendere testimonianza di questo stato dell’arte, affrontando in maniera esplicita situazioni e tematiche sociali ed etiche, attraverso il lavoro di quegli artisti che stanno significativamente intervenendo in quest’ambito.

A rafforzare questa condizione, ma anche per mostrare le differenze con immagini di pura documentazione o narrazione, ogni anno abbiamo presentato un docufilm, che ha avuto appunto la doppia funzione di aprire una finestra direttamente sulla realtà, ma anche di segnare la differenza linguistica e di senso con le opere degli artisti.


IL CAOS#1 Lavoro

Artisti: Marco Bonafè, Gea Casolaro, Donatella Di Cicco, Danilo Donzelli,  Sandro Mele, Alice Schivardi, Giuseppe Stampone, Enrico Vezzi.

 

IL CAOS#2 Migrazioni

Artisti: Theo Eshetu, Michael Fliri, H. H. Lim, Paolo Meloni, Alex Mirutziu, Ivana Spinelli, Driant.

 

IL CAOS#3  Conflitti

Artisti: Gabriele Basilico, Raffaella Crispino, Regina Josè Galindo, Kaarina Kaikkonen, Tigran Khachatryan, Piero Mottola, Alejandro Vidal, Amir Yatziv, Fabio Mauri, Monica Maggioni.


Cataloghi editi da Maretti Editore



Intervista a Raffaele Gavarro per Arskey

di Alessia Colasanti

27.06.2011

bas2_400_138Alessia Colasanti: Con I Conflitti si conclude il progetto espositivo IL CAOS, la trilogia iniziata nel 2009 e dedicata a Pier Paolo Pasolini che affronta in maniera esplicita argomenti e situazioni sociali ed etiche. L’ultima tappa si è fatalmente polarizzata sull’espressione più estrema del conflitto, quella della guerra. Era così che l’avevi pensata dall’inizio o invece le cose sono andate da sole in questa direzione?

Raffaele Gavarro: Quando ho iniziato a lavorare alla trilogia, non credevo che sarei riuscito a concluderla. Sembrava davvero difficile superare quella pratica di consumismo espositivo che ha preso tutti noi. Sono contento di essere riuscito a dimostrare, prima di tutto a me stesso, che è possibile prendersi altri tempi e tentare progetti più ambiziosi, anche senza disporre di risorse importanti. È vero l’ultima tappa è andata da sola verso quest’aspetto. Inizialmente avevo pensato ad una articolazione più ampia. Come dico nel testo, spesso nel corso della trilogia i fatti ci assediavano. Quest’anno la guerra è diventata giocoforza protagonista.

A.C: Il lavoro, le migrazioni e ora i conflitti, temi strettamente e indissolubilmente legati tra loro nella nostra quotidianità. Quali ritieni siano state le sostanziali differenze in questi tre interventi?

R.G: La cosa interessante è stato vedere come le opere degli artisti stabilivano un rapporto forte con la realtà ma in modo differente da quello che di volta in volta era il documentario, che invece appunto forniva una visione diretta di quell’aspetto della realtà sul quale stavamo riflettendo. Credo che la contiguità tra opere e documentari abbia dato la misura di come per l’arte sia possibile essere dentro il reale pur non documentando la realtà. La funzione dei documentari non è stata didattica, ma è servita a creare una specie di filo rosso nella mostra e tra le diverse tappe della trilogia.

A.C: Basilico,
Crispino,
Galindo,
Kaikkonen,
Khachatryan,
Mottola,
Vidal,

Yatziv, Mauri. Artisti più o meno noti, con linguaggi molto differenti. Cosa ti ha fatto scegliere proprio loro e riunirli sotto questo stesso titolo?

R.G: Tendenzialmente lavoro sempre così. Cerco, e nella ricerca non mi faccio influenzare da questioni generazionali e di linguaggio. Qui a San Servolo il mio ruolo di curatore è legato alla fotografia e ai nuovi media. Negli anni sono riuscito a far passare qualche l’installazione. Ma non mi sarebbe dispiaciuto inserire anche la pittura. Magari in futuro. La scelta degli artisti in queste mostre è sempre stata fatta in base a lavori già orientati e realizzati sul tema. Non volevo che gli artisti realizzassero lavori appositamente. Mi sembrava più corretto viste le tematiche. O erano già nel lavoro dell’artista, nel senso delle cose sulle quali lavorava, oppure si rischiavano forzature.

A.C: Perché parlare di guerra oggi, qui a Venezia nei giorni di apertura della Biennale d’Arte?

R.G: Se non ora quando? La Biennale è l’evento espositivo più importante del mondo. Se l’Arte ha l’opportunità di dire qualcosa di significativo per tutti in questo contesto, deve farlo. È una questione Etica.

A.C: Quale posizione occupa secondo te l’arte nella nostra contemporanea realtà? Quali le sostanziali differenze con il modo in cui si considerava e viveva l’arte nel passato?

R.G: Mi collego a quello che dicevo poco prima. L’Arte ha perso quel ruolo di elaboratore di immagini e soprattutto quella funzione estetica che l’aveva caratterizzata per millenni. Una perdita senza dubbio importante e non priva di conseguenze. Tra queste metterei anche la difficoltà da parte del grande pubblico, ma anche di quello più colto, di capire l’arte del nostro presente. Ha però trovato nella sfera etica un ruolo e una funzione nuova. Siamo solo all’inizio di questa trasformazione, che è il vero passaggio epocale dell’arte e non l’uso delle nuove tecnologie e dei nuovi linguaggi in sé. Naturalmente sarà anche la nostra capacità di ragionamento e di analisi ad aiutarci a capire quello che accade e quello che può accadere.

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