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Psicogeografia nel cuore di Parigi 9 febbraio 2011

Filed under: architettura,mappe,psicogeografie,viaggio — Sentimento dello Spazio @ 22:47

immagine di Paola di Bello



«Non potrebbe venir fuori un film eccitante dalla mappa di Parigi? Dal dispiegamento dei suoi vari aspetti in successione temporale? Dalla condensazione del plurisecolare movimento di strade, boulevard, portici/gallerie e piazze nello spazio di mezz’ora? Fa forse qualcosa di diverso chi vagabonda per la città?».
Sul momento potreste pensare che il suggerimento di Walter Benjamin sia applicabile a qualsiasi città, ma in quasi tutti gli altri casi la narrazione sarebbe troppo prolissa, sia in senso spaziale sia in senso temporale. Parigi è eccezionale perché si è sviluppata in modo particolarmente concentrato e diretto, e ha mantenuto il vigore dei distretti anche quando non erano più di moda.
Il più delle volte le città si espandono a macchia d’inchiostro; alcune, come Manhattan, hanno un incremento lineare. Parigi si è allargata in cerchi concentrici, riflessi approssimativamente dalla numerazione a spirale dei suoi arrondissements. Il suo centro neolitico era appropriatamente situato nel l’area che oggi costituisce il Primo (infiltrandosi nel Quarto): le isole, il Louvre, Les Halles, l’Hôtel de Ville. Poi si estese a est fino al Marais, a nord fino alla base di Montmartre, a ovest lungo la Senna, per avventurarsi a sud, oltre il fiume, fino a quello che sarebbe diventato St. Germain-des-Prés. La sua forma grossomodo circolare venne mantenuta attraverso una serie di cinte murarie successive, costruite sotto Filippo Augusto al volgere del XIII secolo, Carlo V nel XIV, gli Esattori Generali alla vigilia della Rivoluzione, e Adolphe Thiers negli anni 40 dell’Ottocento, quest’ultima demolita a cominciare dal 1919. Ma ancora adesso c’è un muro, come evidenzia Eric Hazan. Il raccordo anulare, la Périphérique, completato nel 1973, è anzi anche più efficace dei precedenti nel separare la città dal suo hinterland, il che oggi vuol dire relegare le masse di immigrati negli informi quartieri-alveare di caseggiati popolari, quelle bidonville verticali con nomi dal suono rustico che costituiscono le banlieues.
The Invention of Paris di Eric Hazan è al tempo stesso uno studio dell’evoluzione dell’idea di Parigi e un tentativo di preservare l’esperienza della sua storia fisica, il significato storico latente accumulatosi in ogni angolo, anche nelle tante scomode crepe che sono state lastricate o sabbiate, o ancora cancellate negli ultimi cinquant’anni e che presto finiranno oltre i confini della memoria. Hazan presta attenzione a tutte quelle sfumature ambientali e quelle demarcazioni che ancora oggi rendono una passeggiata in alcune zone di Parigi un viaggio tra epoche diverse.
Potremmo definire The Invention of Paris un’opera di psicogeografia, come le mappe realizzate da Guy Debord negli anni 50 (The Naked City; Guida Psicogeografica di Parigi), che mettono in evidenza blocchi di isolati, mostrando le connessioni soggettive o la mancanza delle stesse, con grandi frecce rosse.
Le tracce del passato di Parigi non sono limitate a vecchie pietre e resti archeologici. Non è necessario essere particolarmente postmoderni per vedere Parigi come un testo, e anche notevolmente allusivo. Il distretto del Marais, per esempio, deve la sua configurazione e i nomi di molte strade a tre grandi possedimenti, scomparsi da secoli (il più noto, ultimo a cadere, nel 1818, fu il Temple, la casa madre dei Cavalieri Templari, dove nel 1792 venne imprigionato Luigi XVI) ma ancora sottilmente presenti a ogni passo. La leggera aura degradata che ancora aleggia in rue de la Gaîté, a Montparnasse, si deve al fatto che un tempo la strada si trovava a ridosso del muro degli Esattori Generali, altrimenti noto come mur d’octroi, cinta daziaria.
Una delle mercanzie tassate all’ingresso nella città era il vino. Non sorprende che fuori dalle porte murarie nascessero come funghi spacci di vino chiamati guinguettes, dove i prezzi erano più bassi che in città. La loro atmosfera conviviale ispirò café e teatri, alcuni dei quali sopravvivono ancora come vestigia, tra cui il Bobino music hall, aperto nel 1800, dove Josephine Baker si esibì per la prima volta negli anni 20 e per l’ultima volta nel 1975.
La distinzione che nota Hazan tra i quartiers della parte più antica della città, i faubourgs dell’anello centrale, e i villages degli arrondissements più esterni è particolarmente evidente per questi ultimi. Per quanto diversi siano Belleville e Passy: il primo un tradizionale distretto proletario che ancora oggi beneficia del vigore dei molti gruppi etnici che si sovrappongono, il secondo che è il più ingessato tra i vecchi quartieri ricchi…
Vi sono tuttavia sopravvivenze meno visibili e più insidiose. «Gli Champs-Élysées furono il principale asse del collaborazionismo parigino, secondo una consolidata tradizione». I lussuosi distretti occidentali prima si arresero felicemente ai prussiani nel 1870, poi «implorarono i prussiani di appoggiarli contro la Comune» nel 1871, dopo di che invocarono lo sterminio dei Comunardi, donne e bambini compresi, durante la “settimana di sangue” del maggio dello stesso anno, poi «acclamarono Hitler nei cinema degli Champs-Élysées a 20 franchi a poltrona» e, infine, durante l’occupazione ospitarono, nutrirono e socializzarono con i più alti gradi tedeschi e i più importanti collaborazionisti. Rue des Saussaies, sede di un importante ufficio della Gestapo, e Rue Lauriston, dove aveva il quartier generale il suo omologo di Vichy, nel ricordo popolare restano macchiati anche se il passante inconsapevole vede solo schive facciate di pietra bianche.
Nel bene o nel male, queste sopravvivenze non sarebbero possibili senza profonde continuità nella città. La violenza inferta alle sue strutture fondamentali è tanto più scioccante in quanto rompe tali continuità. Parigi può aver subito meno cambiamenti di tante altre città – paragonata a New York, per non parlare di Shanghai, è assai ben conservata – ma sono stati cambiamenti traumatici. Il nome del barone Haussmann, prefetto della Senna tra il 1852 e il 1870, è diventato nell’ambito della pianificazione urbana sinonimo di pesante progettazione urbana. Haussmann demolì le strette stradine sinuose del centro medievale, soprattutto nell’Île de la Cité e nell’area tra il Louvre e il Marais, per costruire una serie di ampi boulevard che riconfigurarono il traffico e il flusso commerciale e, non a caso, erano troppo ampi per costruirvi barricate ma ideali per il passaggio dell’esercito.
La distruzione si era prospettata ben prima del mandato di Haussmann. «Guerra ai demolitori!» invocava Victor Hugo nel 1832, alla notizia del progetto di costruire un vasto prolungamento di rue de Rivoli che sarebbe arrivato dritto fino a Place du Trône, attraversando alcuni dei più sacri luoghi della città, come la Torre St. Jacques. Non fu mai attuato, di fatto, perché Haussmann «essendo protestante… teme che la distruzione di Saint-Germain-l’Auxerrois sarebbe stata interpretata come una vendetta per la notte di San Bartolomeo, il cui sengale di attacco, si dice, venne dato dalle campane di quella chiesa». Il gigantesco progetto di Haussmann non fu ultimato a causa della guerra contro la Prussia e della fine del Secondo Impero, e le vestigia medievali sopravvissero per quasi un altro secolo.
Le demolizioni di Haussmann e la distruzione delle Halles sono entrate nella coscienza del mondo perché sono avvenute nel centro della città, accanto ai monumenti e ai palazzi. Ma poche persone fuori Parigi sono venute a conoscenza della sistematica distruzione dei vecchi quartieri proletari in corso da più di un secolo. Prima una grande fetta del faubourg Saint-Antoine, il vecchio distretto artigianale e uno dei centri storici della resistenza, venne cancellato sotto Haussmann, sventrato per l’attraversamento della ventosa Place de la République, poi l’antico faubourg Saint-Marceau – dove si rifugiarono Jean Valjean e Cosette al ritorno in città – già smembrato dai boulevards del XIX secolo, venne completamente distrutto negli anni 60 e 70. Negli stessi decenni di rinnovo urbanistico i quartieri Glacière, Croulebarbe e Maison-Blanche, sulla Rive Gauche, furono progressivamente soppiantati da caseggiati popolari, così che non conservano traccia della loro passata vitalità e indipendenza se non negli evocativi nomi delle strade (come la celebre rue du Château des Rentiers).
Chiaramente il libro è indirizzato a chi già conosce bene la storia di Parigi e ha percorso in lungo e in largo le sue strade, il che potrebbe scoraggiare i lettori stranieri. Sarebbe un peccato. The Invention of Paris è uno dei più grandi libri sulla città scritti negli ultimi decenni e troneggia in un panorama sovraffollato, col suo tono appassionato e lirico, travolgente e immediato. Hazan, figlio dell’editore di libri d’arte Fernand Hazan, è nato nel 1936, è diventato pediatra e ha lavorato per anni nei campi profughi palestinesi, per poi tornare in Francia e subentrare al padre nella gestione della società, che ha venduto per fondare la casa editrice “impegnata” La Fabrique. Questo è, incredibilmente, il suo primo libro, scritto quando era già nella sessantina inoltrata. Da allora ne ha scritti altri sei.


di Luc Sante

“Domenica- Il Sole 24 ore” n.4   23 gennaio 2011

(Traduzione di Elisa Comito)

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