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Elogio delle vagabonde 24 ottobre 2010

Filed under: giardini,libri,natura,viaggio — Sentimento dello Spazio @ 19:23

Gilles Clément
Elogio delle vagabonde
Erbe, arbusti e fiori alla conquista del mondo


Panace di Mantegazzi, porracchia sudamericana, fico d’India, papavero sonnifero, poligono del Giappone, erba della Pampa… trasportate dal vento, dagli animali o dalle suole delle scarpe, anche nelle nostre contrade le erbe vagabonde hanno conquistato, con coraggio e vitalità, giardini, scarpate e terreni incolti. Eppure, le erbe vagabonde non hanno buona nomea: le si chiama anche erbacce, piante selvatiche, piante infestanti e spesso si vieta loro un diritto all’esistenza. Piante nemiche, ma davvero così pericolose?
Gilles Clément, paesaggista francese e inventore del «giardino in movimento» nel quale coltiva felicemente queste piante dai nomi esotici, in questo libro sceglie di farne l’elogio. Di queste erbe racconta la storia, le origini, il modo in cui le ha incontrate. E spiega come l’uomo, i diserbanti, il cemento, i dissodamenti e le coltivazioni industriali abbiano permesso a queste piante randagie di insediarsi e crescere. Coniugando il talento del giardiniere a quello di scrittore, in nome della difesa della mescolanza planetaria, ci consegna un libro dove letteratura e botanica coesistono a difesa della diversità.
Un libro che è insieme una filosofia del paesaggio, e della relazione tra uomo e piante, e un manuale per imparare ad amare anche le erbe senza fissa dimora.



Introduzione

Le piante viaggiano. Soprattutto le erbe.
Si spostano in silenzio, in balìa dei venti. Niente è possibile contro il vento.
Se mietessimo le nuvole, resteremmo sorpresi di raccogliere imponderabili semi mischiati di loess, le polveri fertili. Già in cielo si disegnano paesaggi imprevedibili.
Il caso organizza i dettagli, per la diffusione delle specie ricorre a ogni possibile vettore. Non c’è nulla che non sia adatto al trasporto: dalle correnti marine alle suole delle scarpe. Ma la gran parte del viaggio spetta agli animali. La natura prende in prestito gli uccelli consumatori di bacche, le formiche giardiniere, le docili pecore, sovversive, il cui vello racchiude campi e campi di sementi. E poi l’uomo. Animale tormentato in continuo movimento, libero scambiatore della diversità.
L’evoluzione ha il suo tornaconto. La società no. Il minimo progetto di gestione cozza contro il calendario delle previsioni. Come ordinare, gerarchizzare, imporre, quando a ogni angolo spuntano possibilità? Come conservare il paesaggio, gestirne il dispendio se si trasforma col passare degli uragani? Quale schema tecnocratico applicare agli straripamenti della natura, alla sua violenza?
Al cospetto dei venti e degli uccelli rimane il problema dei divieti. La natura creativa condanna il legislatore a rivedere i testi, a cercare parole rassicuranti.
E se la assicurassimo contro la vita?
Un simile progetto – la sicurezza a qualunque costo – trova alleati inattesi: i radicali dell’ecologia, i difensori della nostalgia. Nulla deve cambiare, ne va del nostro passato, dicono gli uni; nulla deve cambiare, ne va della diversità, dicono gli altri. Maledetto vagabondaggio!
Il discorso va oltre. Diventa politico, mette insieme gli animi sulla necessità di sradicare le specie venute da altri luoghi. Cosa diventeremo se gli stranieri occupano le nostre terre? È questione di sopravvivenza.
La scienza corre alla riscossa: l’ecologia, ostaggio dei suoi integralisti, serva da argomento. È qui che nasce l’impostura: i calcoli statistici, la levata dei censimenti portano a un genocidio tranquillo, planetario e legale. E al contempo si configura un’impostura di più larga scala: far passare per patrimonio il minimo carattere identitario – un sito, un paesaggio, un ecosistema –, così da poterne spazzare via ciò che non sta lì a ribadirlo.
In nome della diversità – tesoro da preservare per inconfessabili calcoli: non c’è forse da guadagnarci qualche soldino, qualche brevetto da registrare? – le energie si mobilitano contro l’intollerabile processo dell’evoluzione.
Per cominciare, ce la prendiamo con gli esseri che con quel luogo non hanno niente a che fare. Soprattutto se lì sono felici. Anzitutto eliminare, poi si vedrà.
Regolare, registrare, fissare le norme di un paesaggio, le quote di esistenza. Definire nemici, pestilenze o minacce gli esseri che osano valicare questi limiti. Istruire un processo, definire un protocollo d’azione: dichiarare guerra. Questo libro si oppone a un atteggiamento ciecamente conservatore. Vede nella molteplicità degli incontri e nella diversità degli esseri altrettante ricchezze apportate al territorio.
Io osservo la vita nella sua dinamica. Col suo normale tasso di amoralità. Non giudico, ma prendo le parti di quelle energie suscettibili di inventare situazioni nuove. Probabilmente a scapito del numero. Diversità di configurazioni contro diversità degli esseri. Una cosa non vieta l’altra.
Elogio delle vagabonde si limita al giardino: al pianeta visto come tale. Al giardiniere, passeggero della Terra, mediatore privilegiato di matrimoni inattesi, attore diretto e indiretto del vagabondaggio, a sua volta vagabondo.


ascolta la presentazione del libro  del  12/10/2010 su Radio 3

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