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Andrea Zittel 3 luglio 2010

Filed under: abitare,arte,giardini,mostre — Sentimento dello Spazio @ 10:04

Vita E arTe tutto in progress

progetti sofisticati (e sostenibili) Andrea Zittel vive a Joshua Tree (vedi disco degli U2), nel deserto della California. Fabbrica tutto da sé, casa e vestiti (tre uniformi per tutto l’anno) compresi. E trasforma le sue idee geniali in prototipi su misura. Ora in mostra a Firenze


D “La repubblica”  19/06/2010

di Giovanna Amadasi


Esiste un luogo dove tutto ciò che è superfluo, dalla polvere sulla libreria alla tendenza a creare categorie illusorie per classificare la realtà, è stato eliminato? Dove abitudini che sembrano irrinunciabili – cambiarsi ogni giorno d’abito, mangiare diverse portate, mettere le lettere che arrivano in pile ordinate, passare il tempo a conservare le cose anziché scoprirne di nuove – sono state abolite per sempre? Dove si vive circondati di poche persone che condividono uno stile di vita fatto di scelte essenziali e di pochissimi oggetti, belli come il miglior design modernista, unici e nuovi come prototipi per un mondo migliore?  Paradiso o inferno che vi possa sembrare, questo luogo esiste davvero, e si trova a due ore e mezza di macchina da Los Angeles, nel deserto del Mojave, famoso per i Joshua Tree, il disco degli U2, i weekend della classe creativa losangelina, le temperature miti d’inverno e infernali d’estate, la comunità degli outsider e quella dei pensionati che vengono a svernare. Qui, a pochi chilometri dalle quattro strade che formano la cittadina di Joshua Tree, si trova A-Z West, il quartier generale di A-Z Administration Service, una corporation formata da un’unica persona: Andrea Zittel. Quarantacinque anni, californiana, la titolare di A-Z porta con disinvoltura due trecce adolescenziali, indossa solo abiti fatti in casa e fabbrica oggetti e progetti per una vita autarchica e sostenibile, libera e su misura. Militante del fai-da-te, attivista sociale, nutrizionista estrema, madre di un maschio seienne di nome David, ma soprattutto artista concettuale, Andrea è dotata di due rare qualità: la capacità di avere idee sofisticate e quella di trasformarle in oggetti bellissimi. Il suo ultimo progetto è “Pocket Property”, un’isola galleggiante e abitabile, con tanto di alberi e piante, terra e una casa scavata all’interno che navigherà sul lago del Museo di Indianapolis e sarà abitata da studenti (la prima versione, del 2000, rischiò di affondare nelle acque scandinave): “In America, e soprattutto in California, la gente è ossessionata dall’idea della proprietà privata. Le persone si costruiscono castelli e paesaggi alpini nel giardino dietro casa perché s’illudono che così saranno più libere. “Pocket Property” è un modo di portare alle estreme conseguenze questo desiderio di possesso e immaginaria libertà: è al tempo stesso casa, pezzo di terra, mezzo di trasporto. È il sogno del lusso estremo – vivere su un’isola deserta – alla portata di tutti”. Le opere di Zittel, rigorosamente accompagnate da un libretto d’istruzioni, sono prototipi per stili di vita essenziali, ironicamente in bilico tra minimalismo calvinista ed eleganza modernista: “La gente li mette in salotto e li tratta come opere d’arte. Ma io vorrei che fossero usati veramente. Per questo aspetto da sempre che arrivi un’azienda e mi proponga di trasformarle in oggetti di serie, che contribuiscano a migliorare la vita di molte persone”. Sembra una provocazione, ma Andrea ci crede davvero. La sua storia segue a ritroso le tracce di generazioni che prima di lei hanno buttato a mare le consuetudini del fare arte: i land artist che negli anni 70 si ritirarono nel deserto per realizzare opere titaniche e invendibili; le femministe che occuparono con tagliente ironia i linguaggi e gli spazi dell’arte. La sua carriera inizia in pieno stile newyorkese: all’inizio degli anni 90, uscita dalle migliori accademie, va a vivere in una specie di vetrina di 19 metri quadrati a Brooklyn ed espone prototipi di gabbie per allevare i volatili. La sua vita in vetrina segna per sempre la sua identità: “I prezzi delle case erano così alti che mi sono ritrovata a stare in uno spazio microscopico: ridurre tutto all’essenziale è stata una necessità, ma anche l’inizio di un modo di vivere che è diventato l’essenza del mio lavoro”. Nel giro di pochissimo tempo, intorno alla metà degli anni 90 quasi ogni collezionista vuole possedere una delle sue “A-Z Living Units”, minuscole, eleganti unità abitative portatili complete di tutto, o un “Escape Vehicle”, gusci in metallo su ordinazione nei quali l’acquirente ripone l’essenziale da portare con sé in un ipotetico viaggio di fuga (Miuccia Prada ci mise solo una pelliccia).  All’apice del successo però, nel 2000, Andrea abbandona A-Z East, una palazzina di tre piani nel cuore di Brooklyn, dove vive e dove ogni giovedì si trovano artisti e creativi molto newyorkesi (con un bar e prototipi di mobili in stile futuribile-retró), e compra un appezzamento di terreno e una casa prefabbricata tirata su negli anni 40 dal governo americano nel mezzo del deserto del Mojave. Oggi David, suo figlio, è l’unico abitante stanziale di A-Z West insieme a lei: lui va in una scuola con tre bambini e una maestra su misura (“non è un progetto artistico, ma un esperimento di realtà vera e propria”), lei ha ampliato un po’ la casa prefabbricata, indossa la stessa personal uniform fatta a mano da lei stessa, per periodi di tre mesi (ne cambia una a stagione) e fa a meno di quasi tutto: “Le uniche tre cose cui non rinuncerei mai sono il riscaldamento, l’acqua calda e l’anestesia”. È così che si vive ad A-Z West, dove tutto porta nomi che sembrano usciti da film sci-fi degli anni 50 (o dall’ultima serie di Lost): the “A-Z Enterprise” è il brand con cui Andrea produce le sue opere; The High Desert Test Sites è una specie di campo per artisti dove si impara a vivere in un camper alimentato a olio vegetale, a fare la birra e a produrre arte al di fuori degli spazi deputati; The Interloopers Hiking Club è un gruppo di amici che periodicamente si traveste in modo buffo per fare lunghe passeggiate nel deserto. Chi arriva può dormire negli “A-Z Wagon Station”, capsule di metallo appoggiate sul terreno come relitti di un campo lunare, dotate di un giaciglio e pochi altri comfort, ognuna personalizzata da un artista (al momento sono trenta, tutti diversi e bellissimi); mentre lo Smock Shop è un progetto di realizzazione e commercializzazione di abiti-opere d’arte fatti insieme agli artisti locali, venduti senza guadagnarci un dollaro. Andrea non ha però intenzione di fermarsi qui: “Da anni sto provando a organizzare una comune nel deserto, ancora più in là di quanto non sia adesso. Qui sta diventando sovrappopolato”.   Ma attenzione: non confondetela con un’ecologista oltranzista o una hippy fuori tempo massimo. Perché la sua vita – deserto e cucina alternativa, bambini e falò notturni, vestiti permanenti e isole galleggianti – è una grande opera d’arte in progress, un esperimento culturale che si basa su un’intuizione fondamentale: le cose che possediamo ci possiedono. E liberarsi dalla dittatura della polvere e dei vestiti stropicciati è il primo passo per un futuro migliore. Che Andrea ha già provveduto a “brandizzare”: si chiamerà The New Everyday Life. (Foto Courtesy Pitti Immagine) – La mostra “Between Art and Life”, nelle Sale della Meridiana della Galleria del Costume di Palazzo Pitti, è curata da Alberto Salvadori, prodotta dall’Osservatorio Arti Contemporanee di Ente Cassa di Risparmio di Firenze (OAC) e dalla Fondazione Pitti Discovery, col supporto del Polo Museale Fiorentino e la collaborazione delle gallerie Andrea Rosen di New York, Massimo De Carlo di Milano e Sadie Coles di Londra. Fino al 16/7.

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