Walden Method di Ettore Favini 13 gennaio 2011
Nel lavoro di Ettore Favini sono centrali i temi della memoria (sia soggettiva che collettiva), del tempo, del paesaggio e del rapporto con l’ambiente e la natura. Per la sua personale al Museo d’Arte della Città di Ravenna, l’artista dà forma un progetto complesso, portato avanti nel corso del 2010, in cui le riflessioni di Henry David Thoreau si intersecano con la più recente esperienza conoscitiva di Gilles Clement.
Prendendo a modello Walden – il racconto più noto di Thoreau, pubblicato nel 1854 – Favini si immerge in solitudine nella natura. I luoghi scelti non sono però quelli incontaminati frequentati dal naturalista americano, bensì spazi post-antropizzati, aree abbandonate di cui la natura sembra essersi riappropriata.
Il progetto si articola in quattro capitoli, corrispondenti a quattro differenti “soggiorni”, nei quattro periodi dell’anno, durante i quali l’artista documenta la vita dei luoghi frequentati: l’ex cotonificio Amman di Pordenone, in primavera; l’ex industria metalmeccanica Armaguerra di Cremona, in estate; in autunno una discarica esaurita di proprietà dell’azienda municipalizzata AEM, sempre nei pressi di Cremona; i bunker abbandonati di Marina di Ravenna, utilizzati dall’esercito tedesco durante la seconda guerra mondiale, in inverno.
Elogio delle vagabonde 24 ottobre 2010
Gilles Clément
Elogio delle vagabonde
Erbe, arbusti e fiori alla conquista del mondo
(continua…)
Piccole Nature Urbane a Santarcangelo Festival 6 luglio 2010

Piccole Nature Urbane
luogo: Case e locali pubblici di Santarcangelo
9-18 luglio
accesso libero
(continua…)
Andrea Zittel 3 luglio 2010
Vita E arTe tutto in progress
progetti sofisticati (e sostenibili) Andrea Zittel vive a Joshua Tree (vedi disco degli U2), nel deserto della California. Fabbrica tutto da sé, casa e vestiti (tre uniformi per tutto l’anno) compresi. E trasforma le sue idee geniali in prototipi su misura. Ora in mostra a Firenze
D “La repubblica” 19/06/2010
Esiste un luogo dove tutto ciò che è superfluo, dalla polvere sulla libreria alla tendenza a creare categorie illusorie per classificare la realtà, è stato eliminato? Dove abitudini che sembrano irrinunciabili - cambiarsi ogni giorno d’abito, mangiare diverse portate, mettere le lettere che arrivano in pile ordinate, passare il tempo a conservare le cose anziché scoprirne di nuove – sono state abolite per sempre? Dove si vive circondati di poche persone che condividono uno stile di vita fatto di scelte essenziali e di pochissimi oggetti, belli come il miglior design modernista, unici e nuovi come prototipi per un mondo migliore? Paradiso o inferno che vi possa sembrare, questo luogo esiste davvero, e si trova a due ore e mezza di macchina da Los Angeles, nel deserto del Mojave, famoso per i Joshua Tree, il disco degli U2, i weekend della classe creativa losangelina, le temperature miti d’inverno e infernali d’estate, la comunità degli outsider e quella dei pensionati che vengono a svernare. Qui, a pochi chilometri dalle quattro strade che formano la cittadina di Joshua Tree, si trova A-Z West, il quartier generale di A-Z Administration Service, una corporation formata da un’unica persona: Andrea Zittel. Quarantacinque anni, californiana, la titolare di A-Z porta con disinvoltura due trecce adolescenziali, indossa solo abiti fatti in casa e fabbrica oggetti e progetti per una vita autarchica e sostenibile, libera e su misura. Militante del fai-da-te, attivista sociale, nutrizionista estrema, madre di un maschio seienne di nome David, ma soprattutto artista concettuale, Andrea è dotata di due rare qualità: la capacità di avere idee sofisticate e quella di trasformarle in oggetti bellissimi. Il suo ultimo progetto è “Pocket Property”, un’isola galleggiante e abitabile, con tanto di alberi e piante, terra e una casa scavata all’interno che navigherà sul lago del Museo di Indianapolis e sarà abitata da studenti (la prima versione, del 2000, rischiò di affondare nelle acque scandinave): “In America, e soprattutto in California, la gente è ossessionata dall’idea della proprietà privata. Le persone si costruiscono castelli e paesaggi alpini nel giardino dietro casa perché s’illudono che così saranno più libere. “Pocket Property” è un modo di portare alle estreme conseguenze questo desiderio di possesso e immaginaria libertà: è al tempo stesso casa, pezzo di terra, mezzo di trasporto. È il sogno del lusso estremo – vivere su un’isola deserta – alla portata di tutti”. Le opere di Zittel, rigorosamente accompagnate da un libretto d’istruzioni, sono prototipi per stili di vita essenziali, ironicamente in bilico tra minimalismo calvinista ed eleganza modernista: “La gente li mette in salotto e li tratta come opere d’arte. Ma io vorrei che fossero usati veramente. Per questo aspetto da sempre che arrivi un’azienda e mi proponga di trasformarle in oggetti di serie, che contribuiscano a migliorare la vita di molte persone”. Sembra una provocazione, ma Andrea ci crede davvero. La sua storia segue a ritroso le tracce di generazioni che prima di lei hanno buttato a mare le consuetudini del fare arte: i land artist che negli anni 70 si ritirarono nel deserto per realizzare opere titaniche e invendibili; le femministe che occuparono con tagliente ironia i linguaggi e gli spazi dell’arte. La sua carriera inizia in pieno stile newyorkese: all’inizio degli anni 90, uscita dalle migliori accademie, va a vivere in una specie di vetrina di 19 metri quadrati a Brooklyn ed espone prototipi di gabbie per allevare i volatili. La sua vita in vetrina segna per sempre la sua identità: “I prezzi delle case erano così alti che mi sono ritrovata a stare in uno spazio microscopico: ridurre tutto all’essenziale è stata una necessità, ma anche l’inizio di un modo di vivere che è diventato l’essenza del mio lavoro”. Nel giro di pochissimo tempo, intorno alla metà degli anni 90 quasi ogni collezionista vuole possedere una delle sue “A-Z Living Units”, minuscole, eleganti unità abitative portatili complete di tutto, o un “Escape Vehicle”, gusci in metallo su ordinazione nei quali l’acquirente ripone l’essenziale da portare con sé in un ipotetico viaggio di fuga (Miuccia Prada ci mise solo una pelliccia). All’apice del successo però, nel 2000, Andrea abbandona A-Z East, una palazzina di tre piani nel cuore di Brooklyn, dove vive e dove ogni giovedì si trovano artisti e creativi molto newyorkesi (con un bar e prototipi di mobili in stile futuribile-retró), e compra un appezzamento di terreno e una casa prefabbricata tirata su negli anni 40 dal governo americano nel mezzo del deserto del Mojave. Oggi David, suo figlio, è l’unico abitante stanziale di A-Z West insieme a lei: lui va in una scuola con tre bambini e una maestra su misura (“non è un progetto artistico, ma un esperimento di realtà vera e propria”), lei ha ampliato un po’ la casa prefabbricata, indossa la stessa personal uniform fatta a mano da lei stessa, per periodi di tre mesi (ne cambia una a stagione) e fa a meno di quasi tutto: “Le uniche tre cose cui non rinuncerei mai sono il riscaldamento, l’acqua calda e l’anestesia”. È così che si vive ad A-Z West, dove tutto porta nomi che sembrano usciti da film sci-fi degli anni 50 (o dall’ultima serie di Lost): the “A-Z Enterprise” è il brand con cui Andrea produce le sue opere; The High Desert Test Sites è una specie di campo per artisti dove si impara a vivere in un camper alimentato a olio vegetale, a fare la birra e a produrre arte al di fuori degli spazi deputati; The Interloopers Hiking Club è un gruppo di amici che periodicamente si traveste in modo buffo per fare lunghe passeggiate nel deserto. Chi arriva può dormire negli “A-Z Wagon Station”, capsule di metallo appoggiate sul terreno come relitti di un campo lunare, dotate di un giaciglio e pochi altri comfort, ognuna personalizzata da un artista (al momento sono trenta, tutti diversi e bellissimi); mentre lo Smock Shop è un progetto di realizzazione e commercializzazione di abiti-opere d’arte fatti insieme agli artisti locali, venduti senza guadagnarci un dollaro. Andrea non ha però intenzione di fermarsi qui: “Da anni sto provando a organizzare una comune nel deserto, ancora più in là di quanto non sia adesso. Qui sta diventando sovrappopolato”. Ma attenzione: non confondetela con un’ecologista oltranzista o una hippy fuori tempo massimo. Perché la sua vita – deserto e cucina alternativa, bambini e falò notturni, vestiti permanenti e isole galleggianti – è una grande opera d’arte in progress, un esperimento culturale che si basa su un’intuizione fondamentale: le cose che possediamo ci possiedono. E liberarsi dalla dittatura della polvere e dei vestiti stropicciati è il primo passo per un futuro migliore. Che Andrea ha già provveduto a “brandizzare”: si chiamerà The New Everyday Life. (Foto Courtesy Pitti Immagine) – La mostra “Between Art and Life”, nelle Sale della Meridiana della Galleria del Costume di Palazzo Pitti, è curata da Alberto Salvadori, prodotta dall’Osservatorio Arti Contemporanee di Ente Cassa di Risparmio di Firenze (OAC) e dalla Fondazione Pitti Discovery, col supporto del Polo Museale Fiorentino e la collaborazione delle gallerie Andrea Rosen di New York, Massimo De Carlo di Milano e Sadie Coles di Londra. Fino al 16/7.
Campo d’attenzione n.3 3 luglio 2010

Campo d’attenzione n.3 di Michela Pozzi, installazione permanente nel centro storico della Repubblica di San Marino in occasione del San Marino International Art Festival
piantine perenni e sassi
2009
Campo d’attenzione n.3
Testo a cura di Giacomo Podestà
In un mondo sempre più composto di identità vaganti e realtà culturali remote, la semplice coesistenza anonima non può essere più attuata come soluzione alle numerose questioni che una tale situazione pone.
Quando più diversità s’incontrano in uno stesso setting, è necessario instaurare un dialogo tra loro, che nella migliore delle ipotesi porterà a una ridefinizione della società in senso interculturale.
Ma questa possibilità è applicabile anche a luoghi fra loro diversi, in altre parole portatori di segni distintivi di realtà alle quali spesso non siamo abituati, o perché le abbiamo dimenticate, o perché appartengono a un background di riti e culture a noi distanti.
Questo è ciò che si propone anche il progetto Campo d’attenzione n.3 di Michela Pozzi, che viene presentato nella cornice del San Marino Art Festival, non a caso dedicato al recupero di elementi spaziali non sfruttati e realtà culturali diverse nell’ambiente sammarinese.
Ispirandosi al concetto di “residuo” elaborato da Gilles Clement nel suo Manifesto del Terzo Paesaggio, l’artista costruisce la sua istallazione a partire da cinque aiuole oggi non più sfruttate e incolte, poiché poste in un’area urbana poco frequentata. Questi elementi spaziali, un tempo così caratteristici, sono perciò divenuti dei “residui”, ossia degli spazi indecisi e sospesi in attesa di essere riqualificati.
A tal fine, l’intervento dell’artista si concentra nell’aiuola centrale, curandola e riqualificandola attraverso l’innesto di alcune piantine spontanee prelevate fuori dal territorio sammarinese, aggiornando così una realtà preesistente grazie a un segno distintivo straniero.
Si comprenderà allora come in questo caso la riabilitazione del paesaggio passi attraverso l’ibridazione dello stesso, mettendo così in luce l’aspetto socialmente costruttivo della (bio)diversità.
Giardini aperti 2 luglio 2010
| “GIARDINI APERTI” | ||||
| http://www.giardiniaperti.it/ | ||||
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Il garden team è un’ organizzazione operativo-specialistica che si muove per passione e grande esperienza nell’ambito dei giardini e luoghi botanici in genere. Ha messo a fuoco un programma di incentivazione e rivalutazione ambientale su modello di quanto da tempo già accade in Belgio, Inghilterra ed Olanda, dove la cultura del giardino privato amatoriale di medie e piccole dimensioni è vivissima e all’avanguardia. Il programma è stato denominato “giardini aperti” e ha lo scopo non solo di incentivare e valorizzare i giardini singolarmente, ma anche di coinvolgerli e raggrupparli in un piano di coordinamento e inquadramento generale italiano. Per ogni giardino è auspicata una descrizione particolareggiata delle caratteristiche, al fine di metterne in evidenza il profilo tipologico, botanico e compositivo, insieme ad un’adeguata rappresentazione fotografica. |
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